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Beni culturali ecclesiastici. Fondamenti per avviare il fundraising

  • Immagine del redattore: Elisabetta Favaron
    Elisabetta Favaron
  • 6 set 2025
  • Tempo di lettura: 5 min



In Italia, dove il patrimonio ecclesiastico rappresenta una componente fondamentale dell’identità storica e artistica, sviluppare una riflessione sul fundraising implica necessariamente di interrogarsi sulle relazioni tra fede, cultura e territorio. L’esperienza pratica, tuttavia, suggerisce che questi sono solamente i presupposti ideali per iniziare; per impostare davvero un’attività di fundraising efficace e concreta nel settore dei beni culturali ecclesiastici è necessario compiere un’attenta valutazione su come affrontare un ambito tanto complesso, evitando di limitarsi a una semplice esposizione degli strumenti più noti del fundraising culturale (tecniche, segmentazione dei pubblici o modelli come la piramide del donatore).


La consapevolezza delle necessità reali

In questi anni ho incontrato numerose realtà che operano nel settore del patrimonio ecclesiastico. Qui, il rapporto tra il bene culturale e la comunità – prima religiosa, poi di fedeli – è vissuto molto intensamente, ma non sempre questo legame si traduce in una progettualità strutturata per la raccolta di risorse.

L’esperienza maturata nel dialogo con diverse organizzazioni e comunità attive nel patrimonio ecclesiastico ha rivelato un quadro comune: la difficoltà non risiede nell’interesse a intraprendere percorsi di fundraising, ma nella mancanza di riferimenti concreti su come avviare valutazioni operative efficaci. Le organizzazioni religiose, ben consapevoli della necessità di nuove strategie per il futuro, si trovano spesso ad affrontare l’ostacolo del "come iniziare", più che del "se" intraprendere questa strada.


Il ruolo del fundraiser nel contesto ecclesiastico

Allo stesso tempo, chi si occupa di fundraising deve tenere conto delle specificità del settore ecclesiastico. Solo attraverso una comprensione attenta dei suoi tratti distintivi è possibile proporre soluzioni realmente mirate e allineate alle esigenze delle comunità e delle istituzioni coinvolte. La chiave di un approccio efficace sta dunque nella capacità di ascoltare, interpretare e adattare strategie che rispettino profondamente il contesto di riferimento.

 

Da dove partire quindi?

Mentre nei contesti laici il fundraising si inserisce in strategie consolidate, nell’ambito ecclesiastico il discorso appare più articolato per almeno due elementi, che ritengo appunto i fondamenti per avviare un fundraising efficace rivolto ai beni culturali ecclesiastici:

1.       la definizione di bene culturale ecclesiastico

2.       l’individuazione dell’ente proprietario e/o del concessionario del bene



Bene culturale ecclesiastico o bene culturale di interesse religioso?

È una distinzione tutt’altro che marginale che richiama subito una domanda cruciale: quando parliamo di beni culturali ecclesiastici, ci riferiamo esclusivamente al patrimonio legato alle istituzioni religiose oppure si tratta di una categoria più ampia, capace di includere anche quei beni che, pur avendo un’origine o una funzione religiosa, travalicano il confine ecclesiastico?

È dunque importante chiarire che con beni culturali ecclesiastici (o beni ecclesiastici di interesse culturale) si definiscono i beni culturali che appartengono a organismi della Chiesa cattolica; sono invece beni culturali di interesse religioso (ai sensi dell’art. 9 – “Beni culturali di interesse religioso” del Codice dei beni culturali e del paesaggio, Dlgs. 42/2004) quei beni che testimoniano la storia delle istituzioni religiose oppure la loro identità e possono appartenere a organismi della Chiesa cattolica o ad altre confessioni oppure a soggetti privati.

Pertanto, i beni culturali ecclesiastici sono una categoria all’interno del più ampio ambito dei beni culturali di interesse religioso.

 

L’individuazione dell’ente proprietario e/o del concessionario del bene

Già dalla definizione di bene culturale ecclesiastico appare evidente che definire la proprietà è elemento dirimente e per nulla scontato. Quali sono dunque questi organismi che gravitano nella sfera della Chiesa cattolica?

  • enti ecclesiastici civilmente riconosciuti. Un ente ecclesiastico civilmente riconosciuto è un'istituzione cattolica a cui lo Stato italiano ha conferito la personalità giuridica, permettendole di operare come soggetto di diritto anche nell'ordinamento civile. Questo riconoscimento è regolato dalla Legge 222/1985 e richiede che l'ente abbia una sede in Italia, sia stato approvato dall'autorità ecclesiastica e persegua un fine di religione o di culto. Tra questi: parrocchie, diocesi, santuari; congregazioni religiose, istituti di vita consacrata, società di vita apostolica, associazioni religiose. 

  • enti laicali di aggregazione (es. Azione Cattolica, ACLI, …), movimenti spirituali, università e scuole cattoliche, istituti ospedalieri e sociali;

  • con la riforma del Terzo settore, il ramo ets dell’ente ecclesiastico

 

L’analisi dei beni culturali ecclesiastici richiede come primo passo, dunque, la corretta individuazione della proprietà o, in alternativa, dello status di concessionario. Questa distinzione risulta fondamentale, poiché la storia dei beni ecclesiastici in Italia è segnata da complesse vicende giuridiche e normative. In numerosi casi, specie per conventi, chiese e monasteri sottoposti a soppressioni in epoca napoleonica o a seguito delle cosiddette «leggi eversive» del 1866, gli enti ecclesiastici hanno riacquisito la disponibilità dei beni, ma solamente nella veste di concessionari e non di proprietari (che per la maggior parte sono enti pubblici – per lo più Comuni, Demanio dello Stato, FEC – Fondo Edifici di Culto). In tali situazioni, il ruolo dell’ente si limita all’officiatura del culto e alla gestione funzionale del bene stesso, senza che ciò implichi il pieno diritto di proprietà. Di conseguenza, ogni valutazione relativa ai beni culturali ecclesiastici deve tenere conto di questo aspetto essenziale, per evitare equivoci e facilitare una corretta gestione e valorizzazione del patrimonio.

 

Perché chiarire questi aspetti è fondamentale nel fundraising?

Ogni strategia di fundraising per i beni culturali ecclesiastici perché sia efficace deve anzitutto identificare con precisione chi sarà il beneficiario della donazione o dell’elargizione liberale. Questa prima delimitazione non è un dettaglio secondario: determina infatti l’attivazione di percorsi specifici sotto il profilo fiscale, sia per chi dona che per chi riceve. Solo chiarendo la titolarità della proprietà o la situazione del concessionario si può impostare correttamente la procedura, evitando equivoci e garantendo trasparenza e legittimità all’intero processo.

È ugualmente essenziale individuare e selezionare con attenzione gli strumenti più idonei di raccolta fondi, imparando a utilizzarli in modo flessibile in un contesto non di rado molto complesso con più soggetti che intervengono. Così facendo, si possono integrare efficacemente le opportunità offerte sia all’ente proprietario sia all’eventuale concessionario, sfruttando appieno le specificità giuridiche e fiscali che caratterizzano ciascuna posizione. Così come l’integrazione tra ente ecclesiastico e la particolare fiscalità applicabile ai beni culturali rappresenta un elemento strategico nella valorizzazione e nella gestione delle risorse raccolte.

 

In definitiva, la complessità del quadro giuridico e le molteplici sfaccettature legate alla proprietà e alla gestione dei beni culturali ecclesiastici impongono una riflessione attenta e responsabile a chiunque operi nell’ambito del fundraising per i beni culturali ecclesiastici. Solo attraverso la piena comprensione degli attori coinvolti, delle regole che ne disciplinano i rapporti e delle opportunità offerte dall’ordinamento è possibile costruire strategie realmente efficaci, trasparenti e sostenibili. L’impegno nella valorizzazione del patrimonio ecclesiastico non rappresenta soltanto una sfida operativa, ma un’occasione per restituire valore alla comunità, riaffermando il ruolo di questi beni come risorse vive e condivise, capaci di generare bellezza, cultura e coesione sociale.



1 commento

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Ospite
09 set 2025
Valutazione 5 stelle su 5.

Molto interessante!

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